Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Film. Mostra tutti i post

venerdì 29 marzo 2013

Amore e Guerra

Senza neanche rendermene conto, in tre mesi ho visto tre film di Woody Allen. Ed è con piacere che posso dire di non essere deluso da nessuna di queste visioni. Nemmeno dal qui presente Amore e Guerra, forse una delle ultime commedie pure del cineasta americano.

Parodizzando il romanzo ottocentesco (nello specifico quello russo), Allen, come suo solito, cala sé stesso in una realtà che gli è aliena, come dimostrano i suoi occhiali, decisamente anzitempo per l' epoca.
A scandire il ritmo della narrazione è una comicità prevalentemente verbale, con alcuni dei migliori scambi di battute offerti in una commedia, intervallati dalle sconsolate osservazioni del protagonista Boris su quanto si senta inadeguato rispetto ai grandi temi della vita dell' uomo: la vita, la guerra, l' amore e la morte.

Se per una sera volete alleggerirvi la mente, ma allo stesso tempo non fare una figura da coatti proponendo una commedia demenziale, avete trovato quello che fa per voi.

mercoledì 20 marzo 2013

Educazione siberiana

Salvatores continua la sua sfilata di adattamenti librari, prendendo, stavolta, l' omonimo romanzo di Nicolai Lilin come ispirazione. Come fu per Io non ho paura, il regista sceglie una storia dallo spazio geografico ristretto, raccontando una realtà chiusa in sé stessa, che dà all' impianto narrativo un qualcosa di favolistico.
Stavolta il bildungsroman cui assistiamo vede l' educazione alla vita criminale di due giovani membri della comunità siberiana di periferia, in piena cortina di ferro. La vita, il bene e il male, e soprattutto la morte (propria e altrui), tutto è guidato da e osserva le regole dettate dal nonno, come lui le ha probabilmente apprese dal suo.
Un ordine che sembra essere l' unico modo per sopravvivere dignitosamente in un ambiente ostile in cui il clan dei siberiani è solo uno dei tanti tasselli. Un tracciato forse più antico di chi l' abbia inventato, e che prevede, per chi ne fuoriesca, solo una redenzione.

La natura di adattamento del film si tradisce in certi passaggi forse un po' troppo veloci, e certi spunti forse poco sviluppati, ma non so dire sinceramente quanto queste siano impressioni mie o difetti veri del film. Comunque, nel complesso, la trama non è debole, e lascia ben poco in sospeso, per quanto aperto sia il finale.

Il cast presenta molte facce nuove, tutte perfettamente calate nelle parti e pienamente in gradi di reggere dei ruoli non semplici (su tutti Eleanor Tomlinson, personaggio davvero delicato da incarnare), ma a tenere il tutto e a fare da collante è un granitico John Malkovich, il cui volto e i gesti da soli sembrano raccontare una storia intera; poi inizia a parlare, e il quadro è completo.

venerdì 15 marzo 2013

Il Grande e Potente Oz

Se c'è una cosa che mi ha chiarito questo film, è che la differenza tra soddisfazione e delusione sta nelle aspettative che uno si crea.
Approcciandomi a quella fetecchia di Alice in Wonderland, queste furono pesantemente disattese, mostrando un Burton fiacco, che, salvo qualche singhiozzo nella caratterizzazione dei personaggi, non mostrava una briciola di quelle qualità che lo hanno sempre contraddistinto, a cominciare dal comparti visivo, decisamente anonimo e privo di quel senso di grottesco che caratterizza le sue opere più famose (non basta dargli colori smorti per farne un film burtoniano).
A sorpresa, Oz, film verso il quale non provavo la benché minima speranza, si è rivelato una pellicola ben più solida di quanto pensassi, pur con tutti i suoi limiti.

Il rischio, in questi adattamenti patrocinati dalla Disney, è quello di avere in mano lavori piatti, che rispondano alle esigenze non solo di marketing, ma anche di targeting di questa: zero violenza quindi, lieto fine, e morti (se ci sono) edulcorate, e soprattutto trama dall' intreccio prevedibile. Se Alice era infossata in questi problemi, Oz fortunatamente si districa meglio tra di essi, mostrando come Raimi, almeno per la prima parte del film, sia riuscito a tenere in mano le redini della guida creativa della sua creatura, con un comparto creativo, e soprattutto una fotografia che fanno pensare, se non a Spider-Man, addirittura a La Casa.

Partendo da un prologo filmato in bianco e nero e in 4:3 , il transito al mondo di Oz è caratterizzato dai 16:9 e da un' esplosione di colori e forme tale da scatenare nello spettatore la voglia di avventurarcisi. E fino all' intervallo uno può quasi dimenticarsi chi abbia messo i soldi per questo film, tanta è la bontà dei dialoghi, delle situazioni, e del ritmo, al punto da poter quasi immaginare la frenesia di una produzione indipendente.
Non che passata la metà ci sia il collasso, ma è innegabile che, salvo forse un pò sul finale, il brio iniziale sia stato perso, portando a svolti narrativi triti, specie per chi conosca l' opera originale di Baum, di cui questo è il prequel.



Fortunatamente, laddove lo script scarseggia, ci pensano i personaggi a tenere su la baracca. James Franko è un Oz sorprendentemente solido, molto sfaccettato, e per quanto non privo di difetti, accattivante; rimane la curiosità di vedere cosa ne sarebbe uscito se a farlo fosse stato Robert Downey Jr., come pianificato all' inizio, ma contentiamoci.
Al posto dei canonici leone, spaventapasseri, e uomo di latta, abbiamo la scimmia volante, che da sola vale la visione, e altri due comprimari che non svelerò, di cui soprattutto uno è riuscito eccezionalmente bene.
Le streghe rappresentato alti e bassi, con una Mila Kunis forse poco adatta al ruolo, una Michelle Williams soddisfacente, e un' ottima Rachel Weisz.

In definitiva, Il Grande e Potente Oz è un' ottimo entertainment, da vedere a cuor leggero e senza aspettarsi il film della vita.
A questo punto però una riflessione personale. Finora la Disney ha prodotto un sequel per Alice nel Paese delle Meraviglie diretto da Burton, e affidato un prequel per Il Meraviglioso Mago di Oz a Raimi. Cosa ci sarà da aspettarsi in futuro, specie considerando la parabola qualitativa in ascesa?
Personalmente, punterei su di uno spin off su Capitan Uncino messo in mano a Terry Gilliam. Così, per dire.


Purtroppo Hoffman ormai sarebbe vecchiotto per la parte. Ma io avrei già in mente il sostituto...

No?

venerdì 1 febbraio 2013

Man on the moon

Un' occasione sprecata. Man on the moon, con tutto che lo consideri un film piacevolissimo e che mi abbia fatto ridere abbondantemente, lo considero un mezzo fallimento dal punto di vista contenutistico.
Il fatto è che presenta un problema che affligge buona parte dei film biografici, ossia quello di sacrificare l' integrità narrativa in favore di singoli episodi di vita, che se aiutano a tenere il ritmo del film vivace, purtroppo lo indeboliscono nella costruzione della trama.

Il paragone più diretto che mi venga in mente è Ed Wood, di Burton, forse uno dei migliori omaggi ad un personaggio dello spettacolo che un cineasta abbia mai fatto. Concentrando la sua attenzione su una ristretta porzione della sua vita, Burton è riuscito a focalizzare con attenzione le traversie e la lotta di un uomo per cercare di fare cinema, il suo cinema, contro un establishment per il quale era eccezionalmente avanti con i tempi, troppo.

La storia di Andy Kaufman è più affine di quanto non si possa pensare. Per quanto il senno di poi sia stato probabilmente più buono con lui che con Wood, anche qui abbiamo a che fare con una figura che ha combattuto molto per difendere la sua arte, per molti versi in anticipo sui tempi. Purtroppo, il taglio del film non dà ai possibili conflitti e sviluppi l' adeguato respiro perché lo spettatore provi la sufficiente empatia. L' esempio per eccellenza (piccolo spoiler, se volete evitarlo saltate al prossimo capoverso) è quando necessita di fondi per finanziare il proprio recital, impresa che viene annunciata quasi impossibile e per cui dovrà faticare mesi, se non anni. Dopo aver detto ciò, nella scena immediatamente dopo assistiamo al suddetto recital, senza avere la benché minima idea di come ci sia arrivato.

Questo difetto affligge la quasi totalità del film, il saltare da un "episodio" all' altro, e non dare alla trama il giusto respiro.
Fortunatamente la visione in sé non ne soffre eccessivamente, visto che, come ho detto sopra, Man on the moon è un film genuinamente divertente. Carrey è naturalissimo nei panni di Kaufman, e non è difficile scorgere nel padre dell' anti-umorismo una delle principali fonti d' ispirazioni per l'attore, da cui sembra aver ereditato mimica e verve surreale. E se c' è una cosa, che il film è riuscito a cogliere pienamente, è l' ambiguità della vita di questo personaggio, in cui non si può mai dire cosa sia reale o finzione, morte inclusa.


mercoledì 30 gennaio 2013

Midnight in Paris

Midnight in Paris è tutto ciò che To Rome With Love non è stato, ossia un film con una ragione di esistere. Invece di avere a che fare con un film cartolina, che appiccichi sullo sfondo una bella città senza che questa abbia alcuna ripercussione sulla trama (se ci metti il suo nome nel titolo sarebbe quantomeno lecito), qui la Parigi del titolo è corpo e anima di tutta la narrazione.

Tutto il film è immerso in un atmosfera quasi onirica. Una città che di giorno viene "solo" elevata a status di città perfetta per definizione (anche un pò ridicolmente, se devo esser sincero), di notte si trasforma in una porta sul passato, mostrandosi nella sua supposta "epoca d'oro", facendola assaporare al protagonista, e a noi con lui.

L' incontro con i personaggi della compagine artistica del periodo assume toni che vanno oltre quelli che avrebbe un film biografico su di loro: è l' uomo moderno, l' intellettuale di oggi, che si confronta direttamente con i suoi miti, scoprendone il lato umano. E questo specchiarsi con quelle che sono le proprie radici culturali è il pretesto ideale per soppesare il proprio presente, con le sue luci e ombre.



Per quanto la performance di Owen Wilson sia piuttosto bietolona, si presta perfettamente alla situazione onirica in cui viene immerso, portando lo spettatore a provare empatia per le sue vicende personali, e assaporando gli stessi sogni, lo stesso spaesamento. E' difficile non condividere un briciolo della sua meraviglia nel incontrare figure come Picasso, Hemingway, Dalì, e così via.
Il resto del cast non delude, ma vorrei sottolineare come il personaggio della McAdams sia uno dei più stronzi e odiosi che abbia mai visto. Da prendere a sberle dall' inizio alla fine.

Grandi dialoghi, umorismo tagliente, e soprattutto personaggi accattivanti. Un Allen come non lo vedevo in forma da tanto tempo, forse troppo. Senza dubbio uno dei migliori film della scorsa annata.


lunedì 28 gennaio 2013

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)

Forse qualcuno se lo dimentica spesso, ma il sesso è probabilmente la cosa più importante e fondamentale che possa esserci nella vita di qualsiasi essere vivente. Se qualcuno non avesse mai fatto sesso, né io sarei qui a scrivere qui per voi che leggete, né voi sareste qui a leggere me che scrivo.
Ma sono tanti i quesiti che vi gravano intorno, anche oggi, nel 2013, come dimostrano le tante ricerche o classifiche di curiosità che si affacciano sui nostri desktop nei social network (non so voi, ma ultimamente me ne capitano almeno due la settimana), e tra i più famosi tentativi di dare risposta ad alcuni di questi abbiamo Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, tratto dall' omonimo libro.

Il film di articola lungo una carrellata di episodi, ognuno rispondente ad una domanda iniziale, come "Cos' è la sodomia?", o "Gli afrodisiaci funzionano davvero?". Certo, forse parlare di risposte è un pò esagerato, visto che spesso tali domande vengono prese più come spunto per il tema del corto comico, ma è innegabile che, soprattutto in alcuni, una risposta ci venga data, ma dev' essere lo spettatore ad elaborarla da ciò che vede, come se fosse fornito delle tessere di un puzzle.



Il tipo di umorismo è quello canonico del cinema di Allen: battute al vetriolo che più che graffiare s' insinuano, al punto che uno sviluppo narrativo altamente drammatico, come quello del primo episodio da me citato, viene ridicolizzato e messo in berlina da un solo, "minuscolo" cambiamento, in quella che sarebbe altrimenti una storia d' amore come tante già viste.
Ma non manca lo spazio per un umorismo più plateale, che va dal farsesco al quasi surreale, tanto che l' episodio che mi ha divertito di più è riuscito nell' impresa grazie alla mimica del suo protagonista.

Qual' è la morale, quindi? Amate, scopate, e scopate ancora.

venerdì 25 gennaio 2013

Django Unchained

Nel bene o nel male, un film di Tarantino fa sempre discutere. Per quel che mi riguarda è l' unico cineasta che ad ogni uscita mi obblighi a recarmi verso il cinema più vicino per vederne il frutto della fatica. E dopo anni di omaggi, ispirazioni, e quant' altro, finalmente Quentin ha girato il suo western, seppur l' ambientazione sia sui generis per il filone (l' America pre-Guerra Civile).
Questo ha permesso al cineasta di realizzare un Western che rispettasse e rielaborasse quelli che sono i canoni del genere, ma allo stesso tempo dipingendoli su di uno sfondo peculiare, sacrificando indiani, diligenze, e radure polverose, ma guadagnando neri, magioni del sud America, e campi di cotone.

Sarà bene chiarire subito che con Django non c' è d' aspettarsi il nuovo Pulp Fiction. Siamo più dalle parti di Bastardi Senza Gloria: laddove questo racconta la rivalsa degli ebrei contro il loro predatore storico più famoso, qui si racconta di altri oppressi che guadagnano la loro rivalsa nei confronti del tiranno. Pur non sfociando stavolta nella fantastoria, Django va affrontato con uno spirito che sta a metà tra quello che ci aspetti da un western, con tutta la sua consolidata mitologia (che a tratti diventa vera e propria epica), ed una commedia d' azione.
Tarantino si è divertito un mondo a girare questo film, e lo dimostra il fatto che è il più comico che abbia realizzato ad oggi. Non sarà rivoluzionario né incisivo come altre sue produzioni, ma offre risate in abbondanza, senza mai risultare forzato.
E in questo quadro del "non prendersi sul serio", lo splatter risulta talmente esagerato da riuscire alla fine ridicolo (tranne in un paio di scene, in cui invece la bilancia si sposta pesantemente verso la drammaticità); avevo sentito che i limiti della violenza tarantiniana si fossero spostati ancor più avanti, ma non mi è sembrato questo gran cambiamento, a dirla tutta, specie dopo Kill Bill e il suddetto Bastardi.



Come qualsiasi film del suddetto regista, anche qui il casting mostra scelte interessanti e sicure. A risaltare maggiormente sono Samuel L. Jackson e Christoph Waltz, come a rappresentare l' uno il cinema tarantiniano dei primordi e l' altro quello più recente. Per quanto siano entrambe due performance sublimi, per mio gusto personale preferisco quella di Jackson, un personaggio così vivido e descritto perfettamente nell' arco di poche scene è raro al giorno d' oggi (il tutto coadiuvato da un ottimo trucco), dimostrando come Jackson abbia ancora molto da dire come attore (e soprattutto che non basti piazzare la sua faccia su di un personaggio per rendere questo carismatico, se il materiale a sua disposizione è ridicolo, come in The Avengers).
Altrettanto comunque dicasi per Waltz, che conferma nuovamente come Tarantino sia il suo miglior valorizzatore dei tempi recenti. Parallelamente, Di Caprio continua a confermare non solo che i tempi di Titanic ormai sono lontani (come se ce ne fosse bisogno), ma che ha un intuito formidabile sui ruoli d' accettare. Jamie Foxx invece, per l' ennesima volta, si è rivelato essere scarsamente espressivo (ma per il ruolo affidatogli è comunque in parte). Un plauso finale al regista, che con il suo cameo dimostra di sapersi prendere in giro come pochi.


sabato 12 gennaio 2013

Black Mirror

Progetto interessante, questo di Black Mirror, ossia di raccontare tre storie parallele (della durata inferiore ad un' ora ciascuna), dirette da tre registi differenti (ma tutte uscite dalla penna di Charlie Brooker), ma ognuna vertente sul tema della tecnologia e del nostro rapporto con essa.


Le parole chiave della tecnologia di uso quotidiano, oggigiorno, sono: accessibilità, diffusione, condivisione, onnipresenza. I tre capitoli di Black Mirror, nella migliore tradizione della fantascienza distopica (tutto comunque plausibilissimo, specialmente il primo episodio), raccontano tre ipotetici scenari futuri in cui questa abbia preso il sopravvento, e soprattutto sfugga al controllo di chi ne fruisca.



La messa in scena, come ho accennato, è del tutto realistica, e non sembra difficile scorgere in questi episodi una possibile evoluzione del nostro rapporto con i social media (e non solo). Merito non solo di una sceneggiatura forse un pò prevedibile, ma solida, ma anche di un cast variopinto ed efficace.

La visione è consigliatissima a chiunque, specie contando che la seconda serie è in fase di realizzazione.

domenica 6 gennaio 2013

La migliore offerta

In un intervista, Tornatore ha affermato di aver avuto l' ispirazione per il setting di questo film dalla lettura di alcuni cataloghi di una casa d' aste. Gli oggetti mostrati, presentati e descritti con un linguaggio che li eleva dalla loro condizione di oggetto quotidiano, ad essere piuttosto qualcosa di unico e prezioso, l' hanno intrigato, portandolo ad interessarsi a questo mondo a parte, fatto di offerte e rilanci.
Fondamentalmente, questo disvela il tono che il film prende.

Poggiante sulle spalle di un monumentale Geoffrey Rush, La migliore offerta è di difficile classificazione, essendo un film drammatico dai toni moderati, con alcune punte di thriller. Il maggiore sforzo, a livello di scrittura, è stato profuso verso Virgil Oldman, il personaggio di Rush, approfondito a tutto tondo, e verso cui non si può che provare una certa empatia, pur con tutte le sue eccentricità.
Il duetto che s' instaura tra lui e la coprotagonista per certi versi ricorda molto quello dei protagonisti de La Bella e la Bestia, ma questo non tragga in inganno: proprio quando il film sembra aver detto tutto quello che c' era da dire, ecco che Tornatore, con un colpo di mano formidabile, rovescia tutto quanto, e parte del piacere post visione e riallacciare le fila di tutti gli indizi visti inizialmente, ma che solo adesso si riconosce come tali.

Fedele a quello che è il suo stile, che fa di ogni inquadratura una fotografia, qui il regista lo porta verso livelli ancor più estremi, indugiando con un piacere poco celato sulla bontà e la bellezza dei dettagli presenti in quasi tutti gli ambienti, e in un film in cui le opere d' arte giocano un ruolo così fondamentale, ciò non può che essere un pregio.


domenica 30 dicembre 2012

Dico la mia: Best of 2012

Miglior film: Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno

Scelta non così ovvia, ma alla fine più che naturale. Il climax finale della più grande serie cinematografica supereroistica mai realizzata (e dai che lo sapete anche voi) ha spaccato enormemente il pubblico, tra chi è rimasto estasiato da questa catarsi finale estrema, e chi non è riuscito a soprassedere sui molti punti incerti della trama.
La mia posizione? Decisamente più la prima che la seconda. Per quanto anche io riconosca diversi passaggi dubbi (ma nulla di traumatico, se non una scelta discutibile nei passaggi finali), vedo il film per quello che è, ossia una grande parabola su cosa significhi sacrificarsi per una giusta battaglia, e fin dove ci si debba spingere per affrontare i propri nemici, esterni ed interiori.
Fermo restando che considero Il Cavaliere Oscuro il migliore in assoluto della trilogia, questo è il finale che più meritava.

Runner up: Lo Hobbit; Psycho; I Tenenbaum; Fargo; Futurama: Il Colpo Grosso di Bender; Ribelle - The Brave; Prometheus; Come inguaiammo il cinema italiano - La vera storia di Franco e Ciccio; The Tree of Life


Miglior Libro: "Written on the body", di Jeanette Winterson

Chiunque abbia mai elogiato il sentimentalismo alla spicciola di un Moccia qualsiasi, farebbe bene a leggere libri come questo, che sviscerano la sfera emozionale trascendendo le barriere dei generi, e mostrando il rapporto di coppia come una fusione totale e assoluta tra gli individui.
Altamente consigliata la lettura in lingua originale, in quanto l' assenza di caratterizzazione sessuale nel testo del/la protagonista accentua l' ambiguità e l' onnivalenza della storia.

Runner up: "Il Processo", di Franz Kafka; "Alice nel paese delle meraviglie/Attraverso lo specchio", di Lewis Carrol




Miglior Musica: Nick Cave and The Bad Seeds, "Murder Ballads"

Questo è stato un anno di grosso ampliamento della mia cultura musicale, ma posso dire con facilità che il concept album di Nick Cave e la sua band, Murder Ballads, abbia dominato le mie classifiche di ascolti.
La varietà delle tracce presenti, variegate per stile e musicalità, ne fanno un album da riscoprire ad ogni ascolto. E i testi sono di una profondità e di una poeticità sublime, narranti di delitti passionali, ora con ironia, ora con tragicità, riprendendo un tema popolare nel folk inglese.

Runner up: The XX; Shadow of The Damned OST; P.J. Harvey; Mannarino; Franco Battiato; Daft Punk;





Miglior Fumetto: "Bone", di Jeff Smith

Bone è il classico esempio che parte dall' essere una cosa e giunge ad esserne un' altra. Pur senza tradire la sua vena spiritosa, questo si è evoluto velocemente dalla commedia iniziale, in qualcosa di ben più denso e corposo, arrivando a meritare a tutti gli effetti un posto d' onore tra le saghe fantasy più celebri.
Il bello è che lo fa senza stravolgere nulla; Bone di rivoluzionario, specie se non contiamo la sua vena comica, non ha nulla. Ed è questo il suo punto di forza: l' avere una storia semplice, ma raccontarla mostruosamente bene, dimostrando come non serva impaperarsi in un' epicità forzosa, perché se c' è una grandezza da svelare, questa verrà da sé.

Runner up: "Persepolis", di Marjane Satrapi; "Preacher", di Garth Ennis e Steve Dillon; "Neonomicon", di Alan Moore e Jacen Burrows; "Saiyuki Reload", di Kazuya Minekura; "Don Zauker", di Emiliano Pagani e Daniele Caluri;  "Kick-Ass 2", di Mark Millar e John Romita Jr.


Miglior Videogioco: Red Dead Redemption (Game Of The Year Edition) [360]

Pochi dubbi su chi avrebbe dominato questa sessione quest' anno. Red Dead Redemption merita di diritto un posto tra i primi dieci giochi della corrente generazione di consolle, e di sicuro avrà menzioni in future classifiche dei migliori di sempre.

Parti al galoppo nella prateria, vedi un' antilope. La insegui un pò, poi le assesti un colpo dritto alla nuca. La scuoi, potrai rivenderla in qualsiasi drogheria. Ma prima sali su quel costone, qualcuno grida aiuto: una diligenza assalita dai banditi. Li uccidi tutti meno uno, è il boss; lo incapretti e lo porti fino in galera, incassandone la taglia. Poi riparti, ma si fa buio. Prepari quindi l' accampamento per la notte, e rimanete tu, il tuo cavallo, l' infinito che ti circonda, e le stelle a guardarvi.

Runner up: Portal 2 [360]; Pokémon: Versione Nera 2 [DS]; Kingdom Hearts: Birth By Sleep [PSP]; Shadows of the Damned [360]

Il Gigante di Ferro

Quando non s' ha da fare, non s' ha da fare. Con tutto che Il Gigante di Ferro, se non il migliore, uno dei massimi prodotti del fu studio di animazione 2D della Dreamworks, ne segnò anche il tracollo.
Il periodo era quello di transizione dal 2D al 3D, e di lì a poco proprio la Dreamworks si sarebbe rifatta abbondantemente con quella cuccagna che fu Shrek.
Io non sono uno di quelli che rimpiangono i bei tempi andati, ma, praticando io stesso il disegno come hobby, trovo ben più affascinante un disegno fatto a mano di un' immagine realizzata al computer.

Per quanto presenti alcuni primi inserti di computer grafica, Il Gigante di Ferro è figlio della vecchia scuola, e un ottimo esempio di questa, presentando un' estrosa rappresentazione dell' america cinquantina, in piena guerra fredda (contesto che ha suscitato qualche polemica per una supposta politicizzazione del film. Polemiche ridicole, a mio avviso), che raggiunge l' apice nella rappresentazione del robot, anni '50 che più anni '50 non si può (e sul finale darà spettacolo a non finire, senza snaturare in alcun modo la sua natura retrò).

L' ottima sceneggiatura è supportata da un cast ben caratterizzato, a cominciare dal protagonista Hogart (uno dei "fanciulli animati" più accattivanti che abbia mai visto), proseguendo per l' agente del governo (detestabile ma brioso), per finire per il custode della discarica (uno di quei tipi che ti fa piacere avere intorno).

Meritevole di una visione, quanto meno per vedere come andavano le cose prima del tramonto di una tecnica di fare cinema che, negli ultimi anni, ha affrontato (almeno in occidente) il suo momento di maggior declino.

sabato 15 dicembre 2012

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato

Ho realizzato quale sia il mio rapporto verso la saga de Il Signore degli Anelli solo quando sono entrato nel vortice dell' attesa per Lo Hobbit.
Sono passati circa dieci anni da quando, undicenne, vidi al cinema La Compagnia dell' Anello, e di acqua sotto i ponti da allora ne è passata, come ne è passata tra questo film e i suoi "sequel". Non sessant' anni, ma insomma.
Il mio approccio a questa nuova trilogia, conseguentemente, è lo stesso di chi, cresciuto con Guerre Stellari, è andato col cuore in mano a vedere la nuova trilogia: felicità, speranza, e anche paura di vedere i propri ricordi rovinati, se non stuprati.
Ma possiamo metterci il cuore in pace: Un Viaggio Inaspettato è un grande film, la cui effettiva portata sarà però riscontrabile solo alla chiusura del cerchio, con la conclusione del terzo film, per vedere quanto e come questi frammenti s' incastonino tra di loro.

Da premettere però che chiunque si aspetti un film dai toni epici e seriosi potrebbe provare disappunto, in quanto, fedelmente a quello che era l' intento del libro originale (scritto come racconto per bambini), i toni qui sono più leggeri, addirittura fiabeschi.
Sotto questo punto di vista, sarebbe stato davvero interessante vedere cosa ne sarebbe uscito, se alla regia fosse rimasto Del Toro (non ricordo bene le traversie di produzioni che hanno portato Jackson a prendere la cosa in mano), ma la sua influenza, se non sul piano direttamente registico, la si riscontra indiscutibilmente su quello visivo. Esseri come il re dei goblin e lo stregone bruno sembrano decisamente troppo coloriti e caratteristici perché lui non li abbia nemmeno visti.



Questo ci porta ad un' altra questione: allungare il brodo. Come sapranno quasi tutti, il libro è uno solo, e neanche particolarmente lungo, mentre i film saranno tre. Per la filosofia del "mungere la vacca", si è dovuto obbligatoriamente inventare materiale, senza contare la necessità di collegarsi alla trilogia originale. Il risultato, sorprendentemente, è migliore di quanto si potesse pensare.
Per forza di cose, quello che nel libro era inizialmente solo una caccia al tesoro, qui viene presentata fin da subito quale un' impresa ben più nobile, e tale cambiamento, unito alla suddetta necessità di rievocare i primi film, porterà all' introduzione di personaggi ed eventi, talvolta originali, talvolta già visti, ma del tutto nuovi a quello che era Lo Hobbit. Il risultato, comunque è più che soddisfacente.

Come nei prequel di Guerre Stellari, si guarda il film sapendo già chi sarà il cattivo.

L' unico a risentirne è il ritmo, che nella prima metà del film è piuttosto lento, non si può negare. Pieno d' atomosfera, ma esitante a ingranare. Comunque, superata la prima ora non ci sarà il tempo di annoiarsi, visto che si passerà da una situazione estrema all' altra, e ci sarà anche spazio per una certa comicità, sia verbale che slapstick.
A sottolineare ulteriormente lo spostamento di toni dai vecchi film sta la presenza delle canzoni. Sono solo due, e di queste solamente una è veramente memorabile, ma io sono contento che fossero presenti; il libro ne era zeppo, e spero che non lesinino di metterne almeno una in ognuno dei seguiti.

Un' altro punto di discussione interessante è quello dei personaggi.
Bilbo è profondamente diverso da Frodo, avrà molte reticenze ad unirsi alla banda, e anche dopo avrà molte titubanze, quindi il suo progressivo coinvolgimento nell' avventura sarà particolarmente stimolante.
I nani, per forza di cose, non presentano un vasto approfondimento psicologico, visto il loro numero. Unica eccezione in tal senso, naturalmente, è Thorin, che potremmo definire l' Aragon de Lo Hobbit, anche se caratterialmente presenta delle differenze notevoli. La sua scontrosità e predisposizione a fare il cagacazzi possono renderlo pesante saltuariamente, ma anche lui nel corso del film dovrà ricredersi su certe cose.
Il resto della "feccia nanica", per quanto per lo più comprimari, è comunque accattivante, e ogni suo membro presenta una caratterizzazione ben distinta dagli altri.



Gandalf è la sorpresa più gradita. Ian McKellen, per quanto visibilmente invecchiato, ci presenta uno stregone grigio simile eppur diverso da quello già visto. Più scherzoso, persino più giovanile (per quanto si possa parlare di gioventù per un essere millenario!), più caldo del già paterno stregone della più conosciuta Compagnia. Un sentito complimento a Gigi Proietti, che ha avuto il non facile compito di sostituire al doppiaggio il compianto Gianni Musy, riuscendo bene nell' intento.
Ma chi spicca veramente è Gollum. Mezzora del film è dedicata al suo personaggio, ed è forse quella più intensa di tutta la visione. Non solo il capitolo "Indovinelli nel buio" è riproposto qui magistralmente, con picchi di tensione mica da ridere, ma riassume perfettamente la caratterizzazione già vista in tre (oddio, in realtà due) film, e la espande, addirittura, approfondendo il sentimento di pietà che un personaggio del genere può instillare nello spettatore.

Puccioso mode: on.

Ormai sono entrato nel tunnel. Il conto alla rovescia per i prossimi capitoli è già iniziato (La desolazione di Smough, per il tardo 2013, e Andata e Ritorno, per l' estate 2014), e non posso che raccomandare a tutti di tuffarsi (per la prima volta, o meglio ancora, nuovamente) nella Terra di Mezzo senza alcuna esitazione, in quella che definisco senza alcuna esitazione la serie cinematografica più grande, se non di sempre, dei nostri tempi.
Se per gran parte della visione te ne sei stato con un sorriso ebete in faccia, sai che stai vedendo un buon film.

venerdì 7 dicembre 2012

Lanterna Verde

Ne avevo sentite di cotte e di crude su Lanterna Verde. Per la precisione più di crude che di cotte. Ma, sarà anche perché sono reduce da poco dalla visione di uno dei peggiori film supereroistici mai creati, l' ho trovato ben lontano dalla schifezza che tutti dicevano.

Ma con questo non mi si fraintenda, siamo lontani dalle vette del genere, quali Batman (di Nolan o Burton, decidete voi), o anche lo Spider-Man di Raimi. Non tanto per mancanza di brio nel ritmo (anzi, la mano del regista sa rendere il racconto decisamente saporito, salvo qualche momento un pò lento), ma a frenarlo dall' ambire a vette superiori ci stanno una certa semplificazione del concept originale (si vedano le origini di Parallax), chiaramente per motivi di accessibilità al pubblico, e un intreccio decisamente troppo lineare nel suo dipanarsi.

La critica maggiore spesso rivoltagli è quella d' ignorare quelli che sono i passi avanti fatti in sede dell' analisi nel rapporto eroe-antagonista da un decennio a questa parte. Per quanto ci sia comunque una maturazione in Hal Jordan, questa è comunque poco chiara e criptica su quali siano i risultati raggiunti rispetto a prima; mentre per Hector Hammond c' è solo il declino, arrivando a fare più pena che provocare odio.

Comunque sia, la visione del film è tutt' altro che ostica, e contando anche l' ottimo impianto d' effetti speciali presente, non ci sono motivi per non sperare in un sequel, che tra l' altro ha già la storia scritta, grazie al finale bonus presente poco dopo i titoli di coda.

venerdì 30 novembre 2012

Ghost Rider - Spirito di vendetta

Sinceramente non so manco perché sia qui a parlare di sto film. Non ne ho nessunissima voglia. Un' ora e mezza di vita che avrei potuto impiegare molto più proficuamente, magari radendomi la barba e riattaccarla pelo per pelo.

Non salvo nulla di questo film. Nulla. Riesce a far passare per decente quell' altra cretinata del primo. L' unico aspetto progredito rispetto a prima è una resa molto migliore della CG del Rider (ed era il minimo, visto quant' era posticcio prima). Questo e quando trasforma la macchina scavatrice; quella era veramente figa. Peccato fossero giusto due minuti nel mucchio.
Per il resto, è indifendibile.

Non salvo i dialoghi, che sono terribili, e inutili. Non salvo le scene riempitive, che allungano il brodo senza avere la minima ripercussione sulla trama. Non salvo Il finale becero e buttato lì perché in qualche modo doveva finire. Non salvo il cattivo, osceno e patetico (Ghost Rider, uno dei personaggi Marvel più potenti, fa a cazzotti con quello come un Seagal qualunque?). Non salvo Nicholas Cage, che credo abbiano tenuto sotto anfetamina per tutta la durata delle riprese. Non salvo un cazzo.

domenica 25 novembre 2012

Iron Sky

L' arte di non prendersi sul serio. Se mai dovessi scrivere un libro del genere, come copertina userei di sicuro la locandina di Iron Sky.
Perché per superare indenni la visione di un film che parla di una colonia di nazisti che, nel corso della seconda guerra mondiale, si è insediata sulla Luna, e che nel prossimo futuro muoverà all' invasione della Terra, bisogna essere in una determinata condizione e propensione mentale, che probabilmente non molti hanno.

Ma più che in un futuro distopico alla Orwell, siamo dalle parti di una puntata di South Park, dove situazioni paradossali e surreali vengono sfruttate per prendere in giro la nostra società.
Il risultato, per quanto non hai livelli dello show di Parker e Stone, è un film meritevole quantomeno di una visione. La satira non è graffiante come ci si aspetterebbe in un primo momento, ma i messaggi veicolati sono ben chiari, come il fatto che tra i politici americani (e non) e i nazisti lunari ci siano ben poche differenze. C' è da dire però che il finale è sorprendentemente amaro, mi ha lasciato con una sensazione che non mi sarei aspettato da questo film.

A rovinare un pò la festa ci sta qualche calo di ritmo ogni tanto, rinculo del fatto che il film si prenda il suo tempo per delineare certi personaggi (lavoro forse eccessivo per un' opera del genere). Oltretutto mi sento di evidenziare la parodia della classica scena dell' incazzatura di Hitler da La Caduta. L' idea è simpatica, ma la scena, passato quel secondo di compiacimento per averla riconosciuta, non è per niente divertente; un richiamo alla corrente pop culture evitabile.



Parte del fascino del film viene da un' estetica sorprendentemente ricercata. Anche se certi dettagli sanno proprio di grossolano (come le tute degli astronauti a inizio film), i valori di post produzione sono decisamente soddisfacenti, con degli effetti speciali più che discreti, accompagnati da una fotografia davvero accattivante, nonché un design ispirato (solo l' apparizione degli Zeppelin spaziali vi farà ridere per l' idea in sè).

Dategli una possibilità. Se siete il pubblico adatto, da soli v' intratterrà. Con la compagnia giusta, lo ricorderete per sempre.

PS: speriamo di rivedere quella gran figliola di Julia Dietze più spesso.


domenica 11 novembre 2012

Braveheart

Ci credete? A 22 anni non avevo mai visto Braveheart! Non che l' avessi evitato, ma non era mai capitata l' occasione, lo giuro!
Pazienza, comunque, sono un assertore del "Meglio tardi che mai", e... che dire? Sinceramente non so cosa dire che non sia già stato detto da tutti su uno dei film più famosi (e meritatamente) degli ultimi decenni. L' unica cosa che mi sento di dirvi è: non fate come me, non aspettate altri 22 anni per recuperarlo.

sabato 3 novembre 2012

Io e Te

Avanzo una teoria, dall' alto della mia risibile conoscenza della filmografia e biografia di Bertolucci: secondo me c' ha qualche problema con l' incesto. The Dreamers sappiamo tutti di cosa tratta, poi ho scoperto un suo vecchio film (La Luna) in cui la madre si fa il figlio. Poi qui abbiamo il figlio che, senza alcun motivo e senza nessuna ripercussione all' infuori di quella scena, chiede alla madre come si comporterebbe se sulla Terra rimanessero solo lei e lui.
Ognuno tragga le proprie conclusioni. In una recensione in rete ho letto che questo rappresenterebbe un nuovo capitolo del suo cinema (a 70 anni quanti altri potrà averne?). Io, da povero ignorante che sono, sospetto che qualche vecchio chiodo continuerà a portarselo ancora per molto.

Comunque, se togliamo una fotografia effettivamente bella, Io e Te non credo si distingua assolutamente dal film adolescenziale medio. C' è il ragazzo disagiato, la ragazza drogata, niente di nuovo. Oltretutto il casting lascia perplessi. Lui è proprio uno sbarbatello, anche come attore, ma alla fine è giustificato dall' età (15 anni), fedele a quella del libro. Lei invece sembra uno strano caso di distanza zero tra il personaggio e l' attrice: il personaggio del film è una fotografa catanese, l' attrice è una fotografa catanese!
Io spero sinceramente che quella non sia la sua parlata naturale, perché un accento così incraccato e strascicato non l' ho sentito manco alla fiera di Catania. E se quindi era una scelta di regia farla parlare così, beh, epic fail. Totalmente innaturale. I siciliani rideranno per la caricatura di sé stessi (lo hanno fatto alla proiezione a cui ho assistito), gli altri rideranno di noi.

A dirla tutta, comunque, non mi ha repulso come The Dreamers (che di scandaloso aveva la sua demenzialità), anzi, uscito dalla sala ero... soddisfatto? Non proprio. Ma manco schifato. Lo definirei un film "ok", anche se ho sentito pareri dal vivo molto più negativi, e capisco i motivi. Su tutti, per dare al film un' aria più compiuta, sarebbe stato mettere la conclusione presente nel libro di Ammaniti (che ho cercato, senza vergogna, su Wikipedia), e qui totalmente tagliata. Perché quel close up su Lorenzo alla fine lascia veramente l' amaro in bocca.

PS: lo dico anche io? Ma si che lo dico. La versione italian di Space Oddity di Mogol fa pena. Specie quando dieci minuti dopo senti quella originale. Ma che senso ha avuto metterle entrambe?

domenica 28 ottobre 2012

L' ultimo capodanno

Una delle prime cose che questo film ci dice è l' essere ritenuto patrimonio culturale da non ricordo quale organismo internazionale.
Beh, questa è la riprova che il mondo abbonda di senso dell' umorismo!
Difficile immaginare qualcuno che dopo aver visto questo film abbia detto "Va preservato come un tesoro". Non tanto perché sia brutto, anzi, ma perché è una delle cose più deliranti che abbia visto da almeno quando ho visto Cry Baby, e questo è tutto dire.
Il film è tratto da un racconto di Ammaniti, e c' è da chiedersi se se ne fumasse di buona mentre lo scriveva.
Se siete di quelli che prendono sul serio qualsiasi cosa vedano, evitatelo come la peste, perché i momenti in cui voi (ma chiunque, anche io) direte "Ma che cazz..." abbondano, ma la visione è decisamente meritevole, visto che questo matto delirio è anche esilarante.

L' era glaciale 4 - Continenti alla deriva

Superato l' imbarazzo di essere tra le poche persone in sala ad avere più di 12 anni, e acclimatatomi con gli schiamazzi e i commenti dei "pueri" presenti, la visione de L' era glaciale 4 è stata decisamente piacevole.
Non mi ritengo un fan sfegatato della serie, ma in un modo o nell' altro li ho visti tutti, e il 4 riconferma le mie impressioni di sempre: una serie piuttosto divertente, con delle trame "meh", ma dei risvolti comici che da soli valgono il biglietto.
Come sempre i personaggi secondari rubano la scena alla maggior parte di quelli principali, quali il sempiterno Scrat, o la nuova Nonnina. Noto invece che il declino di Diego e Manfred procede inesorabilmente: il primo sempre più scialbo, e il secondo sempre più noioso, cosa peggiorata da un cambio nel doppiaggio, che vede Filippo Timi sostituire Leo Gulotta, e il risultato è decisamente demoralizzante.

Una riflessione finale: penso che si siano esplorati più o meno tutte le variazioni sul tema possibili, tra era glaciale, disgelo, immancabili dinosauri, la deriva dei continenti... cosa verrà dopo? Non vorrei che arrivassimo a vedere L' era glaciale 10 - La rivoluzione industriale.

sabato 27 ottobre 2012

Ted

I salti mortali che faccio per trovare streaming delle sue serie animate dimostra meglio di qualsiasi frase quanto mi piacciano i lavori di MacFarlane. Il suo umorismo irriverente e senza limiti (superato solo da South Park sotto questo punto di vista) hanno reso i suoi cartoni tra le cose più controverse e di successo che l' etere abbia trasmesso da molti anni a questa parte.

Purtroppo, però, sono un convinto fautore di quella filosofia secondo cui "se uno è bravo a fare qualcosa non significa che lo sia a fare qualcos' altro". Ecco, Ted è l' esempio lampante, applicato al suddetto sceneggiatore: Seth non è (ancora?) in grado di scrivere per il cinema.
Il film è sostanzialmente una maxi puntata dei Griffin, al punto che sembra ricalcarne (fosse fatto da altri potrei persino parlare di plagio  artistico) alcuni dei canoni: se i Griffin hanno Brian e American Dad ha Roger, Ted ha... Ted. Ed eccezion fatta per alcune battute, il fatto di avere un pupazzo indemoniato che gira per la città non sembra produrre nessun effetto particolare (a livello di trama con poche modifiche si sarebbe potuto sostituire benissimo con un umano. La metafora dell' orso come infanzia invasiva lascia il tempo che trova).

E le battute? Questo è il lato peggiore. Non vedevo l' ora che il film finisse. I momenti da tenersi la pancia ci sono stati, ma saranno stati 3 o 4 in tutto il film, che ricordo durare ben 2 ore, un tempo ridicolmente lungo per una commedia, visto che ci vuole una verve fantascientifica per mantenere l' interesse acceso fino alla fine, cosa che qui non avviene. E l' ultima mezzora è da tagliamento di polsi. Complice l' ora tarda ho dovuto lottare con me stesso per non addormentarmi.

Ti potrebbe interessare:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...