sabato 31 dicembre 2011

Rayman Origins [360] - Recensione



Sto realizzando solo adesso che, senza rendermene conto, possiedo buona parte dei giochi della serie Rayman. Rayman, l' originale per Playstation; Rayman 3 Hoodlum Havoc per PS2, e sempr eper PS2, se vogliamo contarlo, Rayman Raving Rabbids, il capostipite di quel trend che per anni ha affossato la serie in una serie di Party Game che hanno fatto perdere l' anima originale della serie, che per inciso è platform.
Per farla breve, grosso modo ho seguito l' evoluzione del brand, e giocare a Origins mi ha dato la sensazione di un "ritorno a capo", visto che il qui presente gioco ricorda fortemente il capostipite. Specie nel gameplay. Perché al di là dell' aspetto grafico a dir poco moderno, la giocabilità è quanto di più classico ci si possa aspettare da un gioco del genere.


Il gameplay del gioco si fonda in massima su quelle che in massima parte sono le canoniche situazioni e azioni del platform. Colpire i nemici, prendere le monete di turno (o Lum, nel caso specifico), azionare interruttori, correre, e soprattutto saltare, chiaramente. Certo, non dimentichiamoci il planare, azione che da sempre caratterizza l' Uomo Raggio made in France. Certo che progressi si siano fatti rispetto al 1995 si vede dal fatto che alcuni di quelli che all' epoca erano poteri acquisibili giocando come la famosa planata, o anche la capacità di appendersi alle sporgenze, qui sono abilità di default dei personaggi. E a proposito, che scegliate Rayman, Globox, o un Teen cambia poco, al di là dell' aspetto le abilità sono identiche, anche con le skin alternative (che non sono poche, ma sarebbe stato bello averne di più a disposizione per i primi due, che rispetto agli altri ne hanno pochissime).


Il controllo del personaggio segue l' andazzo "cool" dell' aspetto visivo, quindi saranno fluidissimi e velocissimi. Forse anche troppo. Infatti, se da un lato il gioco spinge a muoversi velocemente per riuscire a fare un discreto punteggio nella raccolta Lum (indispensabili per ottenere gabbie di Electoon extra, a loro volta indispensabili per diverse cose), e quindi è naturale che il personaggio scatti come una molla, dall' altro questa fretta più o meno provocata mi ha dato l' impressione che il personaggio tendesse un pò troppo ad andare dove gli pare. In particolare il tasto per la corsa mi ha creato problemi, perché senza nemmeno farci caso facevo scattare il personaggio in situazioni a dir poco sconvenienti. A dispetto di tutto, però, pur essendo un difetto non da poco, tutto sommato il controllo del personaggio è decisamente buono, e comunque il gioco si fonda essenzialmente su di un trial and error selvaggio, vista la necessità di sincronizzare le proprie azioni col meccanismo del livello per riuscire a fare punteggi decenti.


A venirci incontro il tal senso è l' ottima pensata di dare continue infiniti. Raggiunto uno dei numerosi checkpoint del livello, potremo morire quante volte vorremo, ripartiremo sempre da lì. Da un lato questo di certo smorza la difficoltà rispetto a giochi come Donkey Kong Country Returns, dove i gameover si sprecavano, ma dall' altro credo che ciò ammortizzi notevolmente il fattore frustrazione, che altrimenti avrebbe reso Rayman Origins il gioco più frustrante del millennio.
Ma la difficoltà dipende essenzialmente dall' approccio con cui giochiate. Se v' interessa unicamente arrivare alla fine del livello lo farete senza particolari difficoltà, anzi, vi risparmierete la maggior parte degli ostacoli. Se invece siete dei completisti, preparatevi all' inferno. Ma se posso permettermi, se rientrate nella prima categoria non compratelo nemmeno, al massimo giocateci da qualcuno, perché significherebbe perdersi la vera anima del gioco, considerando che solo cercando di ottenere tutti i Lum e le casse del livello riuscirete a vedere il sopraffino lavoro di level design dei programmatori, e il meccanismo millimetrico che muove il tutto.


Prima oltre che delle azioni ho nominato anche le situazioni. E pure qui rientriamo tutto sommato in situazioni classiche per il genere, con piattaforme che cadono, che si spostano (come il classico serpentone da seguire), sessioni di volo con Mosquito (forse un pò abusate, ma le ho trovate ben più divertenti di quelle nel barile di Donkey Kong Country Returns), fughe (molte), e anche gli inseguimenti, questi forse piuttosto freschi, non mi vengono in mente altri esempi del genere. In particolare a risaltare sono gli inseguimenti dei forzieri, contenenti i Denti del Teschio necessari per accedere al mondo segreto. Queste saranno sfide via via più impegnative, anche MOLTO impegnative, probabilmente in un paio di casi pure frustranti.
Ma qua ci vuole una tirata d' orecchio fortissima! Uno di questi inseguimenti è buggato. Vedere per credere. Io sono riuscito a superarlo per puro caso, ho sentito che dipende dal fatto che si plani o meno, ma sostanzialmente ci vuole molta fortuna. Sinceramente mi sconvolge che Ubisoft non abbia ancora rilasciato una patch per correggerlo.
By the way, la longevità pur non essendo sconvolgente è discreta, sempre stando il fatto che se mirate semplicemente a correre attraverso i livelli per vedere la fine vi durerà non più di tre giorni scarsi.


E parliamo della grafica. Origins è il primo gioco a sfruttare il motore proprietario della Ubisoft, Ubi Art, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Lo stato dell' arte del 2D. Abbiamo a che fare con una qualità (sia in termini puramente tecnici che di design) al pari se non superiore alle migliori produzioni animate di sempre. Tanto che sarebbe davvero un occasione sprecata non utilizzarlo per realizzare un lungometraggio o qualcosa del genere! E tanta meraviglia grafica è accompagnata da un comparto musicale che definire ispirato è poco. Procuratevi l' OST prima di adesso!


Poco altro da aggiungere. Vi invito a comprare in massa il gioco, visto che non sta facendo gli sfracelli che meriterebbe di fare. Una buona volta che esce un gioco con un pò di personalità, supportiamolo. Tra l' altro di sicuro scenderà presto di prezzo, quindi non avete più scuse.


Grafica: 10
Sonoro: 9
Giocabilità: 8,5
Longevità: 8


Voto: 8,5



giovedì 29 dicembre 2011

Star Driver - Kagayaki no Takuto - Recensione

Takuto, ragazzo di quindici anni, si trasferisce in un isola del sud del Giappone, l' Isola della Croce del Sud. Diventerà ben presto popolare nella scuola del posto, e stringerà amicizia soprattutto con Sugata, membro di un antico casato, e con Wako, una delle sacerdotesse dell' isola, promessi sposi.
L' isola però non è tranquilla come sembra. Essa infatti ospita l' organizzazione segreta nominata Croce Scintillante, mirante a spezzare i sigilli delle quattro sacerdotesse in modo da liberare il potere dei Cybody, colossali robot da combattimento, nel mondo reale, essendo relegati ad una dimensione parallela nominata Tempo Zero. Quello che né l' organizzazione né nessun altro poteva aspettarsi però è che anche Takuto sia uno Star Driver, ossia un pilota di Cybody.


Mi avvicinai a Star Driver forte di una forte astinenza di robottoni, che magari alla lunga stancano, ma prima o poi te ne torna la voglia. A convincermi definitivamente a seguire la serie è stato uno sguardo fugace ad una scena di combattimento, che come tutte si svolge nel Tempo Zero, il cui aspetto richiama molto quello dello scontro finale di Tengen Toppa Gurren-Lagann. Ma proprio i combattimenti sono la parte più ambigua della produzione. Perché se da un lato sono animati magistralmente e sono piuttosto spettacolari, dall' altro il loro svolgimento a lungo andare diventa piuttosto deludente. Il problema principale è che Tauburn (il Cybody di Takuto) è fin troppo potente. Il 90% dei combattimenti viene risolto nel giro di pochi minuti, e spesso usando il solito colpo finale (questa del colpo finale diventerà un problema ancor più grosso nella seconda metà dell' anime, in cui TUTTI i combattimenti vengono risolti da un unico colpo infallibile, che onestamente fa pensare"Allora perché non lo usi subito?", anche se già così certi scontri finiscono prima che uno se ne renda conto. Tanto figuriamoci se qualcuno lo schiverà!). Anche quando apparentemente il nemico è più forte, in media non ci vorrà più di un colpo subito che Takuto ribalterà la situazione quasi miracolosamente. E dove non arriva la sua abilità ci pensano botte di culo spaventose (come nemici che si intralciano). Onestamente pur di avere un pò di varietà ho fatto anche il tifo per i cattivi.
Comunque, a dispetto di tutto ciò, i combattimenti non sono del tutto noiosi. C' è sempre la curiosità di vedere quale sarà il prossimo Cybody a sfidarlo, e quale sia la sua tecnica peculiare. In tal senso l' anime è davvero prolifero, contando anche una discreta originalità nel design dei mecha, che per certi versi richiamano uno stile piuttosto retrò, e certe volte il risultato va anche oltre, con risultati decisamente "insoliti" (basti vedere proprio Tauburn. Cos' è? Un dandy-pirata-spadaccino-drag queen (quelle scarpe sono sospette) ?).


L' altra metà dell' anime, che poi è quella più corposa, è quella riguardante le interazioni trai personaggi, che si dividono tra i canoni della commedia scolastica e le discussioni e i piani dei membri della Croce Scintillante. E anche qui l' ambiguità regna sovrana! E non solo perché buona parte del cast è costantemente allupata (d' altronde hanno 15 anni a testa, pieno risveglio ormonale). Ambiguo perché qui c' è il più grande mescolarsi tra buoni e cattivi che abbia mai visto. I membri della Croce Scintillante sono compagni di scuola di Takuto & co., quindi passano dal chiacchierare amorevolmente allo scannarsi a bordo dei robot. Cosa che crea uno dei principali buchi narrativi dell' anime: se tutti sanno chi sia Takuto e dove abiti, perché, a dispetto di tutti i robot che gli distrugge, non vanno là scannarlo nel sonno?
D' altronde neanche i buoni brillano per intelligenza. Takuto sembra ignorare del tutto il fatto che già dalla prima puntata sappia benissimo dove si trovi la base dei nemici.
Comunque gli scambi tra i personaggi devo dire che sono abbastanza originali rispetto ad altri prodotti simili. Pur essendoci la solita dose oscena di rossori, parlano tra di loro molto più francamente di quanto non mi aspettassi, e tutto sommato il cast si rivela molto interessante, specie considerando la quantità di individui da trattare (quasi tutti, tra buoni e cattivi, hanno il loro approfondimento). Certo alla lunga ho avuto l' impressione che ne risentissero un pò i protagonisti, la cui caratterizzazione è comunque valida. Ma è ancora Takuto il problema. Anche se alla fine il suo passato ci è stato svelato a pezzetti e bocconi, ci sono ancora molte questioni poco chiare o del tutto non trattate (come da dove venga quel fottuto Tauburn. O anche tutti gli altri Cybody, visto che sulla loro origine non c' è mezzo accenno).


A dare però il colpo finale ad una trama che per quanto bucherellata reggeva molto bene è il finale. Che non c'è. E' il terzo anime di fila che vedo che ha un finale intempestivo e per nulla soddisfacente. La battaglia si conclude decentemente, ma dopo? Cosa succede dopo?! Mi spiace tirarlo ancora in ballo, ma proprio Gurren-Lagann fece di molto meglio in tal senso.


Ho accennato che le battaglie sono animate magistralmente, ed è così. Dal punto di vista tecnico e artistico rappresentano senza il minimo dubbio la parte meglio riuscita della produzione, almeno dal punto di vista visivo (anche se soffrono molto del riciclo delle sequenze imprescindibili, come l' entrata in scena dei mecha e il colpo finale). Non che il resto sia fatto male, anzi. Le animazioni "quotidiane" sono buone, con dei picchi notevoli in certe sequenze (in particolare quando un certo personaggio sta sotto la pioggia). Il disegno dei personaggi, rispetto a quello dei mecha, è forse un pò troppo tradizionale, ma alla fin fine è molto efficace (e di certo contro bilancia le divise della Croce Scintillante). Un' unica domanda: ma perché tutto quel rosa nella scuola?
Molto valido il comparto sonoro, con musiche decisamente sopra la media, e a risaltare sono le canzoni che spesso preludono agli scontri (forse ripetitive, ma per fortuna prima che una venga a noia ne subentra un' altra).


Star Driver è una serie piacevolissima, che si lascia guardare senza troppi problemi. A dispetto dei diversi buchi narrativi e una certa ripetitività negli scontri la noia non ha mai fatto capolino. La sua originalità lo rende consigliabile anche a chi cerchi qualcosa di leggermente diverso dal solito, e in tal senso la serie soddisfa pienamente.


Voto: 8

Apocalypto

La crudezza di particolari che aveva caratterizzato La passione di Cristo ritorna nel seguente film firmato Mel Gibson. Ma dove nel primo l' insistenza su quei particolari era inutile e fine a sé stessa (mantenendo il mio giudizio sotto un profilo puramente cinematografico, non religioso), qui la violenza diventa mezzo di espressione della lotta per la sopravvivenza nel ciclo "uomo mangia uomo", mostrando come mai prima d' ora la spietatezza della cultura religiosa Maya.
Mi chiedo se la lingua parlata per tutto il film (rigorosamente sottotitolato) sia l' effettivo linguaggio precolombiano o un idioma creato per l' occasione. In ogni caso, il risultato è degno di nota, al pari dell' aramaico del precedente film.
Interessante riflettere su quale possa essere il significato del titolo, interpretabile sotto vari punti di vista, in merito comunque al significato di "fine del mondo", sia per l' eclissi, sia per il suddetto ciclo autodistruttivo dell' uomo, per l' appunto in merito al finale, che lascia intendere come l' apocalisse si stia avvicinando per quel mondo (decadente?) per far spazio quasi ad un nuovo predatore.

La strana coppia

Se c' è una coppia classica della comicità che rimpiango è quella recentemente dipartita di Lemmon/Matthau. Difficile trovare infatti un' altra coppia così opposta ma allo stesso tempo così complementare. Fondando la loro comicità principalmente sul contrasto tra i loro personaggi, creano un' atmosfera che la comicità moderna ha perduto del tutto.
Ne è un esempio La strana coppia, prima trasposizione cinematografica dello spettacolo teatrale del 1965, e ragazzi, difficilmente si poteva trovare altri interpreti altrettanto adatti al ruolo.
Matthau ispira subito la simpatia dell' amicone trasandato, mentre Lemmon fa venire l' ansia della "suocera in casa" persino allo spettatore.
Recuperatelo, è un pezzo di storia del cinema e della comicità

martedì 27 dicembre 2011

First Squad - The moment of truth - Recensione

Nel pieno dell' Operazione Barbarossa, ossia dell' invasione nazista del 1941 in Russia, Nadia, una giovane orfana di guerra, gira per il paese come fenomeno da baraccone esibendo le sue doti psichiche straordinarie, inconscia di quello che sarebbe dovuto essere il suo ruolo nel conflitto, che avrebbe determinato non solo il destino della Russia, ma anche del mondo dei vivi e dei morti.


Nato come videoclip musicale (First Squad), The moment of Truth ne recupera personaggi e... quasi basta. Se la clip lasciava immaginare battaglie tra russi e tedeschi per un incandescente anime guerraiolo, l' OVA ci propone si questi elementi, ma mixati con misticismo, presenze soprannaturali, poteri esp e quant' altro. Confusi? Anche io. Il film così corre il rischio di non essere né carne né pesce, o meglio, lo correrebbe, se non fosse che l' elemento fantastico pesa sulla trama ben più di quello bellico, quindi la sua anima è piuttosto chiara, specie considerando che l' idea è piuttosto interessante (pur essendo l' ennesima rivisitazione dei supposti esperimenti nazisti con demoni-zombie-anticristi vari e via dicendo).
Ma chiarita la sua identità, l' anime si dimentica di consolidarla, dando a tutto il film un' impronta di campato per aria che lo affossa. Troppe situazioni, troppi personaggi non ricevono un' adeguata introduzione, e tutti mancano di una conclusione. Non si parla nemmeno di un finale aperto, quasi tutto il cast finisce nel dimenticatoio. Non solo, ma anche la protagonista ha una caratterizzazione frammentaria, dedicando troppo tempo a cose inutili (a che pro mostrarci l' ennesimo flashback di lei felice in passato con i genitori? Dovremmo capire che le mancano? Solo al terzo flashback?!).


Approfondimenti psicologici inutili o superficiali, sono questi ad affossare quelle che sono le intenzioni della produzione. Ad affossarne la trama nuda e cruda ci pensano i suddetti buchi. Per fare un esempio, chi sono le gemelle? Da dove vengono? Che fine fanno? Ma soprattutto a che servono se tutte le loro comparse si riducono a nulla di concreto, scene che se fossero eliminate (a parte la prima) non cambierebbero di una virgola la trama.
Ma tutte queste considerazioni nascono dalla lunghezza di First Squad, ossia meno di un' ora, tempo del tutto insufficiente per sviluppare al meglio tanti personaggi e un intreccio all' apparenza così complesso.
Se cose secondarie ricevono troppo spazio, altre più importanti vengono del tutto accantonate, come la relazione "postuma" tra i protagonisti (si parlano come se fosse roba di tutti i giorni!).


Non tutto è da buttare comunque. Le scene d' azione sono piuttosto buone, e la qualità tecnica generale è davvero buona.
Doverosa parentesi sul doppiaggio. Ho visto il cartone con il doppiaggio russo. Per quanto faccia bene all' atmosfera del film, la qualità media della recitazione era scandalosa, e creava anche il nonsense di sentir parlare in russo anche tedeschi che discorrevano tra loro. Non so se esistano altri doppiaggi (il film non vale certo la pena di una seconda visione!), ma se doveste trovarlo in giapponese, chiaramente preferite quello.


Visto da fuori sembrava quanto meno interessante. Vistolo tutto invece lo dimenticherete piuttosto presto. Giusto nel caso vogliate togliervi lo sfizio e poter dire "Io l' ho visto".


Voto: 5.5

giovedì 22 dicembre 2011

Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street

Un' occasione sprecata. Premetto che il musical non è propriamente il mio genere preferito, ma sono il primo ad acclamarlo quando i risultati sono di un certo livello (su tutti The Rocky Horror Picture Show), ma qui di magagne ce ne sono fin troppe. Anche se alla fine il risultato è migliore di quanto la prima mezzora di film mi stesse facendo temere, l' impressione iniziale che Burton l' abbia fatta fuori dal vaso è ancora presente.
La prima (notata dal primo minuto di visione) delusione, e quella che ne ha decretato la morte, visto il genere, è la qualità delle canzoni, davvero inferiore alle aspettative, specie considerando che i suoi film precedenti (soprattutto Nightmare Before Christmas) avevano dei brani decisamente più memorabili. Ma qui, tranne forse un paio di canzoni, di motivetti accattivanti non ce ne sono, per non parlare dei testi, davvero imbarazzanti.
Le prove canore degli attori non sono male. Non mi sono strappato i capelli per nessuno, ma allo stesso tempo nessuno mi è parso osceno. Devo dire invece che i personaggi del ragazzo e della figlia di Todd sono noiosi a dir poco. Meno male che si vedono poco.
Con un pò d' infamia e poca lode. Non credo vi perdiate nulla a non vederlo.

Sherlock Holmes - Un gioco di ombre

Questo film è allo stesso tempo sia migliore che inferiore rispetto al primo. L' inferiorità sta nel fatto che alcuni potrebbero trovarlo meno intrattenente dell' originale. E per certi versi hanno ragione. Quella spensieratezza di fondo del primo film qui si è molto attenuata. Per quanto i caratteri dei personaggi siano gli stessi, le vicende che li vedono per protagonisti li metteranno a prova ben più di quanto sia successo prima. D' altronde qui abbiamo a che fare con Moriarty, un villain decisamente più ostico (e più concreto) di Blackwood, che sposta la sfida di Sherlock Holmes su un piano più elevato, come se i due fossero due forze antitetiche che non possono sopravvivere senza l' eliminazione assoluta dell' altro: un genio votato al bene e uno votato al male.
Per quanto il film viaggi sullo stesso livello qualitativo dell' originale, è innegabile che narrativamente parlando sia maturato molto.
Non si fraintenda, comunque. L' ironia è ancora presente in grossi dosi, e la coppia Downey Jr./Law riserva ancora piacevoli siparietti.
I veri problemi semmai sono alcune forzature nei piani di Holmes (più coincidenze miracolose che astuzie geniali) e qualche buco narrativo (come la necessità narrativa della zingara, fortemente inspiegabile). Nulla di tragico, ma che di certo fa perdere qualche punto rispetto all' originale, che contentandosi di un intreccio più "semplice" riesce comunque a mantenerlo coerente.
L' intrattenimento comunque c' è, presentando alcune delle migliori scene d' azioni dell' anno trascorso.
Due parole sul cattivo. Personalmente non ho gradito molto l' attore scelto per interpretare Blackwood. Non che abbia recitato male, ma per la parte credo che qualcuno capace di apparire più inquietante avrebbe giovato al ruolo. Quando poi iniziarono i rumor secondo cui Moriarty sarebbe stato interpretato da Daniel Day Lewis, impazzii di gioia, visto che lui avrebbe sicuramente saputo rendere ben più che inquietante un personaggio come Moriarty. Inizialmente fui deluso di sapere che Jared Harris avrebbe invece avuto la parte, ma vedendolo su schermo credo che sia stata una performance più che ottima. A differenza di Blackwood, che in quanto studioso dell' occulto avrebbe dovuto avere delle sembianze più "malefiche", Moriarty si sarebbe dovuto presentare come un tipo da cui inizialmente non si sarebbe dovuto temere nulla, un professore d' altronde non può essere spaventoso. Ma all' occorrenza il personaggio ha saputo svelare i suoi tratti più oscuri. Harris ha saputo trasporre bene il personaggio sotto questo punto di vista, quindi alla resa dei conti lo promuovo pienamente.
Consigliabile a tutti, meno che ai detrattori del primo, che comunque potrebbero dargli un' occhiata, ne è più che degno.

venerdì 16 dicembre 2011

Redline - Recensione

La Redline è la corsa più micidiale e attesa dell' universo. Le sue selezioni durano 5 anni e pochi sopravvivono ai suoi circuiti mortali. JP, spericolato pilota che si rifiuta di montare armi sul suo veicolo, riesce quasi per caso ad essere ammesso tra i partecipanti della prossima gara, svolgentesi su Roboworld, pianeta per niente d' accordo con la presenza dell' evento sul suo suolo, e che farà di tutto per eliminarne i concorrenti.


Ci sono opere il cui valore va oltre il mero giudizio della trama. Inutile fare tanto i filosofi, per quanto ad essere ricordati nel profondo nel cuore siano quegli anime che ci hanno colpito profondamente l' animo, chiunque dica che, avendo a disposizione una copia di Evangelion 2.0 e cinque minuti da riempire, al 90% preferirebbe vedere una delle (meravigliose) scene di dialogo tra i personaggi e non uno degli apocalittici combattimenti che vi si svolgono, è un ipocrita bell' e buono e merita solo sputi e bastonate. Con le dovute proporzioni, Redline s' incastra perfettamente nel discorso fatto finora.


Le dovute proporzioni stanno nel fatto che Redline non ha le ambizioni narrative di un Evangelion a caso, anzi, siamo su livelli appena superiori a Fast 'n Furious in tal senso. Ma un pò come per Bayonetta, giudicare il prodotto in base alla trama sarebbe impietoso e ingiusto, visto che qui a dover essere oggetto della nostra attenzione (e che di sicuro ha ricevuto quella dei realizzatori) è la messa in scena visiva, una delle più massicce, travolgenti e superlative come non se ne vedevano da un pò. Le forze dello Studio Madhouse si sono unite a quello Gainax (tra le migliori in quanto a spettacoli offertici in passato) per realizzare il film che avrebbe dovuto ridettare gli standard qualitativi del settore. Sette anni di lavoro che non sono stati per niente gettati al vento, poiché credo basti dare uno sguardo ad un trailer qualunque per rendersi conto di con cosa abbiamo a che fare. Il design è graffiante e fresco, quasi una versione estremizzata e "animezzata" di Star Wars. gli scenari sono vividi, le animazioni su livelli che vanno oltre l' eccellente, e non si notano cali di qualità nemmeno nelle scene più caotiche e movimentate (che non mancheranno), dove si aggiunge un' effettistica superlativa. Tanto spettacolo merita di essere rivisto più volte, tanto che consiglio anche due visioni consecutive, la seconda per focalizzarsi sulle immagini che scorrono se ne avete visionato una versione subbata (in inglese, nel mio caso).


Doveroso comunque dire che dove il film inciampa è nell' aver lasciato in sospeso la trama forse più del dovuto. Non tanto per una ovvia ingenuità di fondo, quanto per il finale, davvero troppo improvviso (dopo tutta quella baraonda non ci fate vedere cosa succede dopo?! Neanche un pò?); potrebbe lasciare l' amaro in bocca, ma come ho detto nel caso specifico quello che si ottiene in cambio è ben valido del gioco.


Del comparto sonoro vorrei sottolineare il doppiaggio, poiché le ottime voci (difficile trovare un anime doppiato col sedere in lingua originale) vengono supportate da tutta una varietà di effetti sonori che distorcono, alternano e personalizzano la voce del personaggio a seconda della razza aliena. Un dettaglio che dà davvero sapore al tutto.


Per molto tempo non vedremo nulla di meglio, almeno dal punto di vista grafico. Certo, Evangelion 3.0 si avvicina, ma fino ad allora direi che Redline come palliativo sia più che sufficiente. E se questo è un palliativo, c' è da aprire la vodka e fare all' amore libero.


Voto: 8.5

giovedì 8 dicembre 2011

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento - Recensione

Arrietty vive con la sua famiglia nelle fondamenta di una casa di campagna. Essi infatti sono dei Borrowers, o dei Prendi-In-prestito, esseri in tutto simili agli uomini meno che per la statura, essendo di fatto alti pochi centimetri. Essi vivono di ciò che trovano in natura e nella casa degli uomini, prendendo solo ciò di cui necessitano per sopravvivere.
La loro regola è quella di non farsi avvistare assolutamente dagli esseri umani, che potrebbero dargli la caccia. Ma Arrietty infrangerà questa regola quando nella casa arriverà Shoo, un ragazzino malato di cuore.


L' ultima produzione dello Studio Ghibli è perfettamente riconoscibile fin dalla scena d' apertura. Richiamando altri film quali La città incantata o Il mio vicino Totoro, Arrietty si apre con una sorta di trasloco in campagna, luogo che evidentemente nella fantasia di Miyazaki è ancor più popoloso di quanto non lo sia già normalmente in natura. Probabilmente condivide con Shigeru Miyamoto (creatore di Super Mario) l' esperienza giovanile dell' esplorazione del giardino di casa, alla ricerca dei suoi segreti, di nuovi insetti da scoprire e di quant' altro possa stimolare la fantasia di un bambino.
Arrietty, come ha fatto soprattutto Tororo, parla proprio di quei segreti che si annidano nelle case di tutti che molti non conoscono, che alcuni hanno solo intravisto. Ma il mondo in cui vive Arrietty è più "crepuscolare" di quello in cui vive la mascotte dello Studio Ghibli. Ed è proprio su questa filosofia da "viale del tramonto" che s' instaura il rapporto tra la protagonista e il ragazzino umano Shoo: lei fa parte di una razza di cui ormai rimangono pochi membri, forse nessuno all' infuori della sua famiglia; lui, a causa del suo cuore forse non potrà mai diventare adulto. E allora entrambi sono costretti a diventarlo precocemente, accettando il loro precario destino, che tra l' altro li porterà ad avvicinarsi superando la naturale diffidenza che separerebbe altrimenti due membri delle loro razze.
Concettualmente però pariamo più dalle parti de La principessa Mononoke, ossia la necessità di rispettare la natura e di pagarle il giusto rispetto, sia anche nelle sue forme più piccole. Classico materiale Ghibli, per intenderci.
Unico mezzo neo è il villain: durante la visione mi chiedevo il perché di un comportamento così antipatico e apparentemente immotivato!


Le proporzioni minuscole dell' avventura di riflettono sul piano visivo. Stavolta a rappresentare il fantastico è soprattutto il mondo degli uomini visto dai Borrowers, colossale e misterioso. E non ci si avventura molto oltre il giardino di casa, che però è un tripudio di colori e vita, in una delle rappresentazioni naturali più semplici ma incantevoli che lo studio ci abbia offerto. Il tutto accompagnato da una colonna sonora non invasiva che si adatta perfettamente alla visione.


Non è il capolavoro che bisserà i mostri sacri del passato firmati Ghibli, ma Arrietty è un prodotto più che valido, anzi, decisamente buono, largamente consigliabile a chiunque.


Voto: 8

Barry Lyndon

La grandezza di un film ad ambientazione storica si giudica dalla maestria con cui il regista di turno sa ricreare con dovizia di particolari il momento storico da lui inquadrato. Di certo, avendo a che fare con un film di Stanley Kubrik, si può dormire tra due guanciali.
La cosa più sorprendente, nonché migliore qualità del film, è come esso non risulti per niente pesante durante la visione, della durata di circa 3 ore, specie considerando come sia un film dal ritmo piuttosto lento, che non ha la minima paura del prendersi il suo tempo per descrivere una scena o un passaggio narrativo.
Ma la pellicola trasuda fascino, inutile discuterne. Tra la sontuosa messa in scena, la superba colonna sonora, e la trama appassionante, il film rientra degnamente nel novero dei capolavori del film storico.
Prendetevi una serata in cui volete rilassarvi per vederlo, la lunghezza lo richiede, il film lo merita.

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